Teconologia: progresso o regresso? Evoluzione o involuzione?

L’Istituto Italiano della Tecnologia di Genova. Una realtà invidiata da tutto il mondo.

Jsaac Asimov, con il suo libro pubblicato nel lontano 1950, pare averlo scritto ieri. Il titolo di estrema attualità, “Io Robot”, riflette da sempre il tentativo dell’uomo nel tentare di creare una intelligenza artificiale. Negli ultimi tempi gran parte dell’opinione pubblica ha manifestato timori nei confronti della robotica. Si teme infatti che i robot possano sostituire gli esseri umani, sottraendo posti di lavoro. Si teme che i robot diventino più intelligenti dell’uomo stesso e che possano dominarlo.

Asimov ci insegna, con questi tre racconti, che non dobbiamo temere le intelligenze artificiali, ma dobbiamo guardare a noi stessi e dobbiamo interrogarci, per primi, sul fine della tecnologia. Siamo noi umani che dobbiamo programmare l’intelligenza artificiale. Qualche decennio più tardi, pensando al film Teminator, interpretato da Arnol Swansenegger, molte scene ci appaiono fantascientifiche ed impensabili. La rigenerazione di una struttura ferrea e bullonica, comandata da un cyborg, ci appariva talmente lontana da non toccarci, così poi tanto, anche da vicino. Un esoscheletro metallico rivestito da tessuto vivente, tale da rendere irriconoscibile la presenza di un robot tra gli umani, oggi invece sarebbe da prendere seriamente in considerazione.

Merita la nostra grandissima attenzione l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, diretto dallo scienziato Giorgio Metta, conosciuto come padre del robot ICub. Questa struttura era prima occupata dall’ente Agenzia delle Entrate e si è fortunatamente trasformata in un luogo di altissima ricerca, al cui interno lavorano circa 1700 persone. La sede di Genova si articola su 8 piani per un totale di 30.000 mq. Vi sono ragazzi e studiosi provenienti da oltre 50 paesi, che unendo insieme la loro genialità e le loro profonde conoscenze, hanno depositato più di 270 brevetti. Fisici, ingegneri, chimici, medici, biologi, filosofi e psicologi, stanno convogliando sinergicamente le loro forze, nell’intento di realizzare il vero robot, ossia l’uomo artificiale.

I primi passi sono stati incoraggianti, perché sono stati venduti più di 30 robot, nei cinque continenti, al prezzo di 200.000 euro ciascuno. La tecnologia, unita ad un desiner ed un gusto tutto italiano, hanno reso possibile questo successo, portando l’Italia al Top, con ICub. Questo robot ha l’aspetto di un bambino di cinque anni, la cui altezza non supera il metro e la sua espressione suscita simpatia. Il suo volto, con dolci lineamenti, è capace di esprimere paura, felicità e sorpresa, a differenza dei concorrenti robot americani e tedeschi che, osservandoli, incutono un senso di timore e disagio, come se gli occhi potessero controllarci, penetrando nella nostra mente. ICub si muove, ha le mani prensili, evita gli ostacoli e si vorrebbe eliminare la grande quantità di fili che lo legano ad un computer, dal quale partono tutte le informazioni che alimentano le batterie, atte al suo movimento.

Si prospetta che, tra una quindicina d’anni, potrebbe arrivare nelle nostre case, prodotto in milioni di esemplari. Ma in questo immenso e moderno istituto, in un’altra stanza, c’è Coman, un robot alto 1 metro e ottanta in carbonio, con ampio torace e bicipiti doppi rispetto ai nostri. E’ chiamato “ampliant man”, ossia uomo estensivo e sembra uscito da un film di fantascienza, ma Coman è vero, si muove, interagisce ed è l’unico vero partecipante italiano, invitato alla competizione americana dei migliori robot mondiali.

Ma all’interno dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, il vero futuro sta nei sotterranei, in cui gli scienziati studiano e producono i cosiddetti “materiali intelligenti” che, al tatto, paiono gomma, carbonio, plastica, ma che così non sono. Leggendo numerosi articoli al riguardo, viene spiegato che tali materiali sono ottenuti da sostanze organiche, come scarti di cioccolata e di pomodori che, abbinati ai funghi, possono riprodursi. Ma tutto questo a cosa porterebbe? Gli scienziati spiegano che si potrebbe arrivare alla realizzazione di robot, ricoperti di un tessuto biologico simile alla pelle, al cui interno ci potrebbero essere fibre atte a svolgere il lavoro dei muscoli, anziché fili e molle in ferro e acciaio. Il carbonio potrebbe essere la sostanza utilizzata per le ossa, mentre il grafene per il fegato.

Pensate che decine di industrie straniere bussano quotidianamente alla porta dell’Istituto Italiano della Tecnologia di Genova, perché interessate alla costituzione delle nuove fibre e dei nuovi materiali del futuro. Ma tornando alla nostra realtà, ci si domanda se queste macchine intelligenti possano davvero aiutarci, o distruggerci. Arriveranno robot in grado di vivere una loro vita indipendente, magari contro la nostra? Pare che gli scienziati ci rassicurino sotto questo aspetto, sottolineando il fatto che i sentimenti che caratterizzano la specie umana sono guidati dagli ormoni, in grado di produrre follia, amore, ira, gioia, gelosia, invidia, senso di sopraffazione e via dicendo.

Abbiamo visto, ad oggi, quanto e come la robotica venga utilizzata con grande successo in campo medico, nella guida delle operazioni, nell’innesto di arti artificiali, in caso di incidenti, ictus ed ischemie. In campo industriale è evidente quanto i robot abbiano sveltito, ottimizzato e perfezionato la mano umana, sollevando ed aiutando nei lavori più gravosi. La nostra riflessione tuttavia va al di là, domandandoci quanto e come un essere umano possa essere di aiuto ad un altro. Il sentimento di amore, di affetto, di solidarietà, della gestualità, che testimonia ogni nostro stato d’animo, è e sarà sempre insostituibile. La carezza o le cure di una brava badante, non potranno mai essere sostituite da un robot infermiere, a cui certamente non potranno essere confidate le nostre sofferenze o i nostri dolori. Senza tener conto dei posti di lavoro persi, con un’economia che sta andando a brandelli. Provate a recarvi in banca o in posta, quando i computer sono tutti in tilt! Ore ed ore ad aspettare, nervosismo da parte degli addetti agli sportelli e noi che, demotivati, ritorniamo a casa sperando in un giorno migliore. Vorremmo tornare, in cuor nostro, all’uso del calesse, al riscaldamento a legna nelle nostre casa, al ripristino della penna ad inchiostro e del quaderno e soprattutto all’uso della parola, nel suo significato più profondo, di rispetto e di gentilezza. Ora abbiamo proprio perso tutto questo e forse, in nome di un progresso tanto sbandierato, siamo regrediti.

Licia Ottolina

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